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Edoardo Mangiarotti, 1952

Edoardo Mangiarotti, 1952

€ 54,00

EDOARDO MANGIAROTTI, 1952 (Agenzia Farabola). Fotografia stampata dal negativo originale, in bianco e nero, su carta glicée fineart Hahnemüle Baryta Satin 300 gr. Edizione limitata e numerata con certificato di autenticità. MILANO, 3 SETTEMBRE 1952. Edoardo Mangiarotti in un servizio posato nello Studio Farabola. Nato a Renate (Milano) il 7 aprile 1919, Mangiarotti è stato uno dei più grandi schermidori al mondo: l’azzurro della scherma che ha vinto più d’ogni altro italiano ai Giochi Olimpici, tredici medaglie tra il 1936 e il 1960. Innamorato dello sport e delle Olimpiadi, Mangiarotti da Berlino ‘36 non ha saltato un’edizione. «Ero già in finale ai campionati italiani a Tripoli a 14 anni e da lì è nato il mio spirito olimpico». Edoardo Mangiarotti ha attraversato un secolo di sport ma la vicenda, o meglio la saga dei Mangiarotti, comincia con il padre Giuseppe, grande schermidore pure lui, e che volle impostaro come mancino, nonostante Edoardo fosse destro. «In questo modo potevo creare maggiori problemi agli avversari». La prima Olimpiade a Berlino: «Nel ‘36 avevo 17 anni. Ero emozionato per l’Olimpiade ma mi rendevo conto che qualcosa non andava. C’era tanta messa in scena e si capiva che le cose non si mettevano bene. Troppa apparenza politica, bandiere dappertutto». Rabbia ai Giochi del ritorno, nel ‘48 a Londra. «Eravamo in vantaggio 8-7 sulla Francia nella finale del fioretto. Un giudice, un inglese che anni dopo ci ha chiesto scusa, ci ha fatto perdere. Un arbitraggio scandaloso, osceno, ha messo Renzo Nostini ko, 0-5». Nel 1952 a Helsinki, i Giochi della rinascita, Mangiarotti vince due ori e due argenti. Era anche giornalista, e non solo atleta, all’Olimpiade. Collaborava da tempo con la ”Gazzetta dello Sport”. Anche in quell’occasione gli sarebbe toccato di scrivere un articolo. 26 luglio: oro nella spada a squadre. Oro suo, del fratello, di Pavesi, Delfino, Bertinetti e Battaglia. «Il guaio era che la scherma era ospitata fuori Helsinki, in una zona chiamata Westend. Lì erano previste anche le cerimonie delle medaglie. La mia non si svolse all’orario stabilito. Trepidavo, dovevo pure mandare il pezzo. Presi un taxi e rientrai in fretta e furia nell’ufficio dove lavoravano i “colleghi”: erano Gianni Brera e Gualtiero Zanetti. Mi accolsero furiosi: “Sei il solito ritardatario, scrivi”».

Nereo Rocco ed Enzo Bearzot, 1966

Nereo Rocco ed Enzo Bearzot, 1966

€ 54,00

NEREO ROCCO ED ENZO BEARZOT, 1966 (Agenzia Farabola). Fotografia stampata dal negativo originale, in bianco e nero, su carta glicée fineart Hahnemüle Baryta Satin 300 gr. Edizione limitata e numerata con certificato di autenticità. TORINO, 30 NOVEMBRE 1966. L’allenatore Nereo Rocco (a sinistra) con Enzo Bearzot. Nato a Trieste il 20 maggio del 1912, Nereo Rocco ha iniziato come calciatore, solo mancino, gran tiratore da fuori. Esordio a 17 anni nella Triestina, poi al Napoli e al Padova. Rocco, primo triestino in nazionale, gioca un solo tempo con la maglia azzurra, ma tanto basta per avere il tesserino da allenatore. Nel campionato ’47-’48 è lui, un autodidatta, a guidare la Triestina. Arriva secondo alla pari con Juve e Milan, impiegando in tutto 15 giocatori. Con il Milan ha conquistato la prima Coppa dei Campioni italiana (2 a 1 contro il Benfica nella stagione 1962-1963). Ricorda Gianni Rivera che prima della finale la squadra era tesissima. «A un certo punto i vecchi della squadra gli si fecero intorno: “Paròn, come giochiamo?”. Lui radunò tutti e si rivolse a Cudicini, il portiere: “Allora, lo schema xè questo: ti, Fabio, te va in porta e tuti i altri fora”». È poi tornato al Torino lasciando il Milan campione d’Europa a Wembley per non tradire una stretta di mano con Pianelli. È stato lui a spingere Enzo Bearzot, calciatore granata a fine carriera, a sedersi in panchina. «Ciò, bruto mona, quand’è che ti scominzi a darme una man?» gli ha detto un giorno.