SPEDIZIONE GRATUITA IN ITALIA
0

Riepilogo carrello

Il tuo carrello è vuoto

Prodotti nel carrello: 0
Totale Prodotti: € 0,00

Prosegui al carrello

Negozio

Nereo Rocco ed Enzo Bearzot, 1966

Nereo Rocco ed Enzo Bearzot, 1966

€ 54,00

NEREO ROCCO ED ENZO BEARZOT, 1966 (Agenzia Farabola). Fotografia stampata dal negativo originale, in bianco e nero, su carta glicée fineart Hahnemüle Baryta Satin 300 gr. Edizione limitata e numerata con certificato di autenticità. TORINO, 30 NOVEMBRE 1966. L’allenatore Nereo Rocco (a sinistra) con Enzo Bearzot. Nato a Trieste il 20 maggio del 1912, Nereo Rocco ha iniziato come calciatore, solo mancino, gran tiratore da fuori. Esordio a 17 anni nella Triestina, poi al Napoli e al Padova. Rocco, primo triestino in nazionale, gioca un solo tempo con la maglia azzurra, ma tanto basta per avere il tesserino da allenatore. Nel campionato ’47-’48 è lui, un autodidatta, a guidare la Triestina. Arriva secondo alla pari con Juve e Milan, impiegando in tutto 15 giocatori. Con il Milan ha conquistato la prima Coppa dei Campioni italiana (2 a 1 contro il Benfica nella stagione 1962-1963). Ricorda Gianni Rivera che prima della finale la squadra era tesissima. «A un certo punto i vecchi della squadra gli si fecero intorno: “Paròn, come giochiamo?”. Lui radunò tutti e si rivolse a Cudicini, il portiere: “Allora, lo schema xè questo: ti, Fabio, te va in porta e tuti i altri fora”». È poi tornato al Torino lasciando il Milan campione d’Europa a Wembley per non tradire una stretta di mano con Pianelli. È stato lui a spingere Enzo Bearzot, calciatore granata a fine carriera, a sedersi in panchina. «Ciò, bruto mona, quand’è che ti scominzi a darme una man?» gli ha detto un giorno.

Il Grande Milan, 1962

Il Grande Milan, 1962

€ 54,00

AC MILAN, 1962 (Agenzia Farabola). Fotografia stampata dal negativo originale, in bianco e nero, su carta glicée fineart Hahnemüle Baryta Satin 300 gr. Edizione limitata e numerata con certificato di autenticità. CAMPIONATO DI CALCIO DI SERIE A, STAGIONE 1962/1963. Per il Milan è una stagione di cambiamenti. Prima dell’inizio della stagione la società cambia denominazione da “Associazione Calcio Milan” a “Milan Associazione Calcio”. La squadra chiude il campionato al terzo posto, mentre l’avventura in Coppa Italia termina agli ottavi di finale. In Coppa dei Campioni, invece, il cammino è vittorioso: i rossoneri arrivano alla finale contro il Benfica, già campione nelle due edizioni precedenti, dopo i successi contro il Galatasaray (quarti di finale) e il Dundee Football Club (semifinale). I rossoneri chiudono il primo tempo in svantaggio per una rete segnata da Eusébio ma riescono a ribaltare le sorti dell’incontro nella ripresa con Altafini che sfrutta due assist di Rivera e batte due volte Costa Pereira. Cesare Maldini, con la fascia di capitano al braccio, può così alzare la prima Coppa dei Campioni della storia del club. Il Milan è la prima squadra italiana a conquistare l’Europa e la terza squadra in assoluto a sollevare il trofeo dopo le vittorie di Real Madrid e Benfica nelle prime sette edizioni. La Coppa del 1963 è l’ultimo trionfo del presidente Andrea Rizzoli che lascia il club a Felice Riva dopo nove anni e dopo aver vinto anche quattro scudetti e una Coppa Latina ed avere edificato in provincia di Varese il centro sportivo di Milanello. Lasciano anche Zagatti e l’allenatore Rocco, che passa al Torino. Nella foto, il Presidente Andrea Rizzoli, l’allenatore Nereo Rocco, il direttore tecnico Giuseppe Viani, lo staff tecnico e i giocatori del Milan. In rosa: Mario Barluzzi, Giorgio Ghezzi, Mario Liberalato, Attilio Bravi, Cesare Maldini, Luigi Radice, Giovanni Trapattoni, Mario Trebbi, Francesco Zagatti, Victor Benitez, Mario David, Giovanni Lodetti, Ambrogio Pelagalli, Gianni Rivera (Giovanni Rivera), Giorgio Rossano, Dino Sani, José Altafini (José Joao Altafini), Paolo Barison, Paolo Ferrario, Giuliano Fortunato, Bruno Mora e Gino Pivatelli.  

Nino Farina su Ferrari 125 F1 al Gp di Monza, 1948

Nino Farina su Ferrari 125 F1 al Gp di Monza, 1948

€ 64,00

NINO FARINA SU FERRARI 125 F1, GP DI MONZA 1948​​​​​​​ (Agenzia Farabola). Fotografia stampata dal negativo originale, in bianco e nero, su carta glicée fineart Hahnemüle Baryta Satin 300 gr. Edizione limitata e numerata con certificato di autenticità. MONZA (MILANO), DOMENICA 17 OTTOBRE 1948. Gran Premio di Monza. Nino Farina su Ferrari 125 F1 ai box durante un rifornimento. Nato a Torino il 30 ottobre 1906, figlio di un fratello del celebre carrozziere Battista “Pinin” Farina, stile di guida temerario e rischioso fino all’inverosimile, si vantò sempre di essere stato l’unico allievo di Tazio Nuvolari. Debutto nel 1930 alla Aosta-Gran San Bernardo, finì fuori strada (prima frattura). Ritornato alle corse dopo tre anni, nel ’36 entrò nella Scuderia Ferrari (al seguito del rientrante Nuvolari). Secondo alla Mille Miglia nel ’36, ’37, ’40, al Gp d’Italia nel ’38, raggiunse la completa maturità nel dopoguerra: noto per il vezzo di correre sempre con un grosso sigaro cubano stretto tra i denti, nel ’50 conquistò il primo mondiale di Formula 1 grazie ai successi nei Gp di Gran Bretagna (Silverstone), Svizzera (Bremgarten), Italia (Monza), precededendo nella classifica finale l’argentino Juan Manuel Fangio, suo compagno di squadra (30-27); nel ’51 dovette accontentarsi del successo nel Gp del Belgio (Spa-Francorchamps), quarto nella classifica finale; nel ’52 non vinse alcun Gp ma fu secondo in classifica, battuto solo dal ferrarista Alberto Ascari; nel ’53 vinse il suo ultimo Gp, in Germania (Nürburgring), fu terzo in classifica e fu protagonista del primo grave incidente nella storia della Formula 1: «La Ferrari di Nino Farina, per evitare un bambino che attraversava la pista, piomba tra la folla uccidendo dieci persone, alle quali se ne aggiungono altre due, travolte da un’autoambulanza giunta ad alta velocità». Morì in un incidente stradale mentre si recava a Reims per assistere all’imminente Gp di Francia.

Giovannino Guareschi, 1955

Giovannino Guareschi, 1955

€ 54,00

GIOVANNINO GUARESCHI, 1955 (Agenzia Farabola). Fotografia stampata dal negativo originale, in bianco e nero, su carta glicée fineart Hahnemüle Baryta Satin 300 gr. Edizione limitata e numerata con certificato di autenticità. RONCOLE DI BUSSETO (PARMA), 4 LUGLIO 1955. Giovannino Guareschi dopo la scarcerazione. Lo scrittore è stato rinchiuso per 409 giorni nel carcere di Parma e ha appena fatto ritorno nella sua abitazione, a Roncole di Busseto.  L’arresto è dovuto allo scontro con Alcide De Gasperi, prima verbale dalle colonne del Candido, in seguito ad alcune scelte strategiche del leader democristiano che puntava ad aprire a sinistra, poi a colpi di documenti in tribunale per diffamazione a mezzo stampa. Il 24 e il 31 gennaio 1954 sul settimanale diretto da Guareschi vennero pubblicate due lettere risalenti a dieci anni prima, in piena Seconda guerra mondiale, e firmate da De Gasperi, che ai tempi aveva trovato rifugio in Vaticano: due missive dirette al generale britannico Harold Alexander, comandante delle forze alleate in Italia, chiedendo il bombardamento di alcuni punti nevralgici di Roma, come l’acquedotto, «per infrangere l’ultima resistenza morale del popolo romano» nei confronti di fascisti e truppe tedesche. Materiale scottante, sottoposto a Guareschi da Enrico De Toma, nome che ritorna anche nella storia che riguarda il carteggio Benito Mussolini - Winston Churchill e che aveva prestato servizio come sottotenente della Guardia nazionale repubblicana ai tempi della Repubblica di Salò. Le lettere vennero riprodotte e agli inizi del febbraio ‘54 De Gasperi sporse querela. Istituito il processo, il 13 e il 14 aprile ebbero luogo la seconda e la terza udienza e il 15 giunse la condanna a dodici mesi di carcere per diffamazione. Nel frattempo l’abitazione milanese di Guareschi in via Righi era stata visitata due volte da alcuni topi di appartamento e nella seconda occasione, nel mese di marzo, gli venne rubata la macchina da scrivere dalla quale era nata la saga di Don Camillo e Peppone e furono ispezionate alcune cartellette contenenti i documenti legati alla vicenda del “Ta-pum”, ma le due lettere incriminate non poterono essere trovate, dal momento che le custodiva De Toma in Svizzera. L’autore parmigiano non ricorse in appello e De Gasperi commentò la sentenza dichiarando: «Sono stato in galera anch’io e ci può andare anche Guareschi».

Giorgio Gaber, 1972

Giorgio Gaber, 1972

€ 54,00

GIORGIO GABER, 1972 (Agenzia Farabola). Fotografia stampata dal negativo originale, in bianco e nero, su carta glicée fineart Hahnemüle Baryta Satin 300 gr. Edizione limitata e numerata con certificato di autenticità. MILANO, 3 GENNAIO 1972. Giorgio Gaber (Giorgio Gaberscik) nella sua abitazione. Nato a Milano il 25 gennaio 1939. Cantante. Autore. Cresciuto in una famiglia appassionata di musica. Lui stesso cominciò prestissimo a suonare la chitarra e continuò malgrado fosse stato colpito dalla poliomielite con conseguenze nefaste sull’uso della mano sinistra, fino a trovarsi, poco più che diciottenne, a debuttare al leggendario Santa Tecla, accanto a straordinari emergenti di quell’epoca come Adriano Celentano e Enzo Jannacci, tutti accomunati da una vena di oltraggiosa follia. Era partito da canzoni normalissime. Il passaggio al professionismo fu rapidissimo e casuale. Con Mogol discusse a lungo sul nome d’arte (Johnny Nuvola oppure Rod Corda o al limite Joe Cavallo). Alla fine optarono per Gaber («cioè il mio vero cognome Gaberscik privato della desinenza»). «La canzone che incisi – ricordava – si chiamava "Ciao ti dirò" e la composi con Luigi Tenco, anche se per ragioni tecniche le nostre firme non risultano». Sfondò subito. In quegli anni appariva spesso in televisione (celebri un paio di duetti con Mina) e tentò anche la strada dei festival. Dalla fine degli anni Sessanta, in perfetta sintonia con quanto avveniva nel paese, aveva cominciato a radicalizzare il suo impegno. "Il signor G", del 1970 apre la seconda e più significativa fase della sua storia. Al signor G seguiranno tanti altri memorabili spettacoli, scritti insieme a Sandro Luporini, amico e collaboratore fedele per tutta una vita. Nel giro di pochi anni chiuse con tutta la fatua ufficialità del mondo dello spettacolo. Con la televisione soprattutto, dove non mise più piede. Nel 2001, dopo tanti anni di lontananza, era tornato a incidere un vero e proprio disco, non legato a uno spettacolo teatrale, che conteneva canzoni disilluse, profonde, amare, ma comunque intensissime, che oggi suonano come un dolente testamento. Morì a Montemagno (Firenze) il 1° gennaio 2003.