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Silvio Piola, 1951

Silvio Piola, 1951

€ 59,00

SILVIO PIOLA, 1951 (Agenzia Farabola). Fotografia stampata dal negativo originale, in bianco e nero, su carta glicée fineart Hahnemüle Baryta Satin 300 gr. Edizione limitata e numerata con certificato di autenticità. NOVARA, 18 GENNAIO 1951. Silvio Piola durante l’allenamento. Nato a Pavia il 29 settembre 1913, «per molti è il più grande calciatore italiano di tutti i tempi, di sicuro è quello che ha segnato il maggior numero di gol: 290 in 566 partite di serie A» (Enciclopedia dello Sport – Calcio, Treccani 2002). Esordio in serie A sedicenne, il 16 febbraio 1930 a Bologna, «sottile come uno stambecco» dovette imparare alla svelta a farsi rispettare. Dopo cinque campionati con la Pro Vercelli (127 presenze, 51 gol), già promesso all’Ambrosiana Inter, Piola passò alla Lazio per «i decisi interventi di un dirigente del Partito Fascista, Paolo Martinelli, e del generale Vaccaro, presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio (entrambi laziali)» (Enciclopedia dello Sport Treccani). Ingaggiato per 250.000 lire (stipendio 5.000 lire), divenne subito (1934/1935) il leader della squadra biancoceleste e il 24 marzo 1935 a Vienna esordì in nazionale al posto dell’infortunato Giuseppe Meazza, segnando la doppietta con cui gli azzurri ottennero la prima vittoria in casa dell’Austria (2-0). Capocannoniere del campionato 1936/1937 (21 reti), Piola fu grande protagonista ai Mondiali di Francia vinti nel 1938 dagli azzurri. Di nuovo capocannoniere nel 1942/1943 (21 reti), nel dopoguerra passò alla Juventus: 16 reti nel campionato 1945/1946, 10 nel 1946/1947, dato per finito fu mandato al Novara, in serie B. Trascinata la squadra alla promozione, giocò altri 6 campionati nella massima serie, segnando 70 reti e meritandosi, ormai alla soglia dei 39 anni, una clamorosa ultima apparizione in maglia azzurra, il 18 maggio 1952 a Firenze contro l’Inghilterra (1-1). È morto a Vercelli il 3 ottobre 1996.

I fratelli Mazzola, 1963

I fratelli Mazzola, 1963

€ 54,00

I FRATELLI MAZZOLA, 1963 (Agenzia Farabola). Fotografia stampata dal negativo originale, in bianco e nero, su carta glicée fineart Hahnemüle Baryta Satin 300 gr. Edizione limitata e numerata con certificato di autenticità. MILANO, 5 MARZO 1963. Il calciatore dell’Inter Sandro Mazzola, 21 anni, con il fratello Ferruccio, 18. Nato a Torino da Valentino Mazzola, leader della squadra granata destinata alla storia, Sandro Mazzola ha vissuto col padre, separato, facendo da mascotte nelle partite casalinghe. Quando l’aereo del Torino si è schiatato a Superga aveva appena sei anni, e si è ricongiunto alla madre, a Cassano d’Adda, e al più giovane fratello Ferruccio. I primi calci nella Milanesina, la squadra dell’oratorio, e l’interessamento di Benito Lorenzi, compagno di Nazionale del padre, che fece ingaggiare Sandrino e Ferruccio come mascotte dell’Inter tricolore di Foni, sono stati l’anticamera del provino per i colori nerazzurri. A 14 anni Sandrino è entrato a far parte della grande famiglia, ma a diciannove si è sentito snobbato dai tecnici ed è andato a Torino col patrigno, Piero Taggini, a chiedere invano un provino granata all’ex presidente Ferruccio Novo. Due mesi dopo, per protesta, Moratti mandava in campo la squadra ragazzi per la discussa ripetizione della partita con la Juventus, il 10 giugno 1961, concedendogli l’esordio, condito dall’unico gol (su rigore) dell’1-9 finale. Helenio Herrera ha poi messo gli occhi su di lui e lo ha convinto a cambiare ruolo: non più centrocampista di regia, ma interno di punta, a sfruttare le rasoiate del suo dribbling. Un’altra presenza nella stagione successiva, poi il lancio in prima squadra. Anche il fratello Ferruccio da quest’anno è passato dalle giovanili alla prima squadra.

José Altafini, Ac Milan, 1959

José Altafini, Ac Milan, 1959

€ 59,00

JOSé ALTAFINI, AC MILAN, 1959 (Agenzia Farabola). Fotografia stampata dal negativo originale, in bianco e nero, su carta glicée fineart Hahnemüle Baryta Satin 300 gr. Edizione limitata e numerata con certificato di autenticità. MILANO, 7 APRILE 1959. Il calciatore del Milan José Altafini. Nato a Piracicaba (Brasile), il 24 luglio 1938, con la nazionale brasiliana vinse i Mondiali del 1958. Col Milan vinse due scudetti (1959, 1962) e una Coppa dei Campioni (1963, la prima vinta da una squadra italiana, fu capocannoniere del torneo e segnò una doppietta pure in finale, 2-1 a Wembley contro il Benfica), con la Juve due scudetti (1973, 1975), giocò anche nel Napoli. Sei presenze e cinque gol con la Nazionale italiana (Mondiali del 1962 compresi). Fu 11° nella classifica del Pallone d’Oro 1963 (16° nel 1964, 15° nel 1974). Fino al record di Francesco Totti, era il calciatore vivente ad aver segnato più gol in serie A. Diche che la partita più bella della sua carriera fu «un Palmeiras-Santos del 1957. Io nel Palmeiras, Pelé nel Santos. Cito a memoria: 5-1 per loro, rimontissima, 6-5 per noi a dieci minuti dal termine. Risultato finale: 7-6 per il Santos. La gente impazzì, letteralmente. Pelé segnò tre gol, il sottoscritto pure. O forse due: boh...». A fine carriera spesso decisivo partendo dalla panchina, tanto che un giocatore usato in quel modo viene oggi definito “alla Altafini”. Grande scandalo negli anni Sessanta, quando si innamorò, e poi sposò nel maggio 1973, Annamaria Galli, moglie del calciatore e compagno di squadra Paolo Barison.

Adriano Celentano, 1960

Adriano Celentano, 1960

€ 59,00

ADRIANO CELENTANO, 1960 (Agenzia Farabola). Fotografia stampata dal negativo originale, in bianco e nero, su carta glicée fineart Hahnemüle Baryta Satin 300 gr. Edizione limitata e numerata con certificato di autenticità. MILANO, 1960. Adriano Celentano, 22 anni. Il cantante ha raggiunto il successo lo scorso anno con “Il tuo bacio è come un rock”, primo posto al Festival di Ancona. Nella prima settimana il disco ha venduto 300mila copie. Nato a Milano da una coppia di pugliesi emigrati al Nord per lavoro, Celentano è stato chiamato così in memoria di una sorella, Adriana, morta di leucemia quattro anni prima. Studente indisciplinato, ha abbandonato la scuola alla morte del padre, nel 1951, per cimentarsi in una serie di lavori manuali, fino a farsi assumere come aiutante da un orologiaio di via Correnti. Proprio in quella bottega è avvenuta la folgorazione, grazie a un disco americano portato da un amico: «Avevo la testa china sull’orologio, lui ha messo a volume alto, guarda caso si chiamava “L’orologio matto”, e sono rimasto folgorato. Ho smesso di girare il cacciavite, alla fine ho tolto la lente, ero senza parole. […] L’amico mi ha lasciato il disco, io ero come in trance, lo ascoltavo in continuazione, e ho sentito la necessità di impararlo a memoria e cantarlo, era come una malattia, una droga. […] Alla fine l’avevo imparata talmente bene che gli americani pensavano che sapessi l’inglese, invece non lo so neanche ora. Gli amici della via Gluck per prendermi in giro, una volta che eravamo in un posto che si chiamava la Filocantanti, dissero che c’era un amico che conosceva il rock’n’roll, praticamente mi hanno sbattuto sul palco. […] L’ho cantata dall’inizio alla fine. Da quel momento la mia vita è cambiata: prima dovevo fare fatica per ballare con le ragazze, poi vennero loro a chiedermi di ballare». Nel 1956 il debutto ufficiale, all’Ancora, insieme al suo primo gruppo, i Rock Boys. Poco dopo, il passaggio a un locale molto più noto, il Santa Tecla, e il 18 maggio 1957, al Palazzo di Ghiaccio, una memorabile esibizione con il brano “Ciao ti dirò” al I Festival del Rock and Roll e Dance Jazz, che gli procurò il primo contratto discografico e le prime stroncature.