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Sport

Juan Manuel Fangio, Anni 50

Juan Manuel Fangio, Anni 50

€ 59,00

JUAN MANUEL FANGIO, anni 50 (Agenzia Farabola). Fotografia stampata dal negativo originale, in bianco e nero, su carta glicée fineart Hahnemüle Baryta Satin 300 gr. Edizione limitata e numerata con certificato di autenticità. ANNI CINQUANTA. JUAN MANUEL FANGIO. Il Demone delle piste era originario della provincia di Chieti e fu chiamato così in omaggio al santo del 24 giugno, Giovanni, e al Re d’Italia, Vittorio Emanuele III. Juan Manuel a 9 anni era a bottega da un maniscalco e a 12 in un´autofficina, dove imparò a guidare. La prima gara la disputò a 25 anni, adattando il taxi blu del padre di un amico (una Ford 1929). Disputava in Sudamerica gare lunghissime, anche sulla distanza di 10 mila chilometri. Durante la seconda guerra mondiale fece un po’ di soldi con la compravendita di camion e gomme e nel 1949 fu il presidente in persona, Juan Peron, a finanziare il suo passaggio alla Formula Uno in Europa. A 39 anni. Il suo primo bolide fu l’Alfetta 159, 1479 cm³ di cilindrata e 315 km/h di velocità massima, e con quella vinse il primo Mondiale nel ‘51. L’ultimo, il quinto, se lo aggiudicò su Maserati 250F nel ‘57 consegnando al mito uno dei gran premi più memorabili della storia quando, in rimonta, inanellò al Nurburgring una sfilza di giri record fino a superare le due Ferrari sul traguardo: «Se non mi fossi scansato - disse Hawthorn - il nonno mi sarebbe passato sopra». Dopo il ´58 passò la vita a raccattare onoreficenze e vendere Mercedes. L’ultima volta salì su un’auto da corsa nel ‘93, due anni prima di morire, con cinque bypass appena operato di tumore alle reni. Era un’Alfetta 159.

Silvio Piola, 1951

Silvio Piola, 1951

€ 59,00

SILVIO PIOLA, 1951 (Agenzia Farabola). Fotografia stampata dal negativo originale, in bianco e nero, su carta glicée fineart Hahnemüle Baryta Satin 300 gr. Edizione limitata e numerata con certificato di autenticità. NOVARA, 18 GENNAIO 1951. Silvio Piola durante l’allenamento. Nato a Pavia il 29 settembre 1913, «per molti è il più grande calciatore italiano di tutti i tempi, di sicuro è quello che ha segnato il maggior numero di gol: 290 in 566 partite di serie A» (Enciclopedia dello Sport – Calcio, Treccani 2002). Esordio in serie A sedicenne, il 16 febbraio 1930 a Bologna, «sottile come uno stambecco» dovette imparare alla svelta a farsi rispettare. Dopo cinque campionati con la Pro Vercelli (127 presenze, 51 gol), già promesso all’Ambrosiana Inter, Piola passò alla Lazio per «i decisi interventi di un dirigente del Partito Fascista, Paolo Martinelli, e del generale Vaccaro, presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio (entrambi laziali)» (Enciclopedia dello Sport Treccani). Ingaggiato per 250.000 lire (stipendio 5.000 lire), divenne subito (1934/1935) il leader della squadra biancoceleste e il 24 marzo 1935 a Vienna esordì in nazionale al posto dell’infortunato Giuseppe Meazza, segnando la doppietta con cui gli azzurri ottennero la prima vittoria in casa dell’Austria (2-0). Capocannoniere del campionato 1936/1937 (21 reti), Piola fu grande protagonista ai Mondiali di Francia vinti nel 1938 dagli azzurri. Di nuovo capocannoniere nel 1942/1943 (21 reti), nel dopoguerra passò alla Juventus: 16 reti nel campionato 1945/1946, 10 nel 1946/1947, dato per finito fu mandato al Novara, in serie B. Trascinata la squadra alla promozione, giocò altri 6 campionati nella massima serie, segnando 70 reti e meritandosi, ormai alla soglia dei 39 anni, una clamorosa ultima apparizione in maglia azzurra, il 18 maggio 1952 a Firenze contro l’Inghilterra (1-1). È morto a Vercelli il 3 ottobre 1996.

I fratelli Mazzola, 1963

I fratelli Mazzola, 1963

€ 54,00

I FRATELLI MAZZOLA, 1963 (Agenzia Farabola). Fotografia stampata dal negativo originale, in bianco e nero, su carta glicée fineart Hahnemüle Baryta Satin 300 gr. Edizione limitata e numerata con certificato di autenticità. MILANO, 5 MARZO 1963. Il calciatore dell’Inter Sandro Mazzola, 21 anni, con il fratello Ferruccio, 18. Nato a Torino da Valentino Mazzola, leader della squadra granata destinata alla storia, Sandro Mazzola ha vissuto col padre, separato, facendo da mascotte nelle partite casalinghe. Quando l’aereo del Torino si è schiatato a Superga aveva appena sei anni, e si è ricongiunto alla madre, a Cassano d’Adda, e al più giovane fratello Ferruccio. I primi calci nella Milanesina, la squadra dell’oratorio, e l’interessamento di Benito Lorenzi, compagno di Nazionale del padre, che fece ingaggiare Sandrino e Ferruccio come mascotte dell’Inter tricolore di Foni, sono stati l’anticamera del provino per i colori nerazzurri. A 14 anni Sandrino è entrato a far parte della grande famiglia, ma a diciannove si è sentito snobbato dai tecnici ed è andato a Torino col patrigno, Piero Taggini, a chiedere invano un provino granata all’ex presidente Ferruccio Novo. Due mesi dopo, per protesta, Moratti mandava in campo la squadra ragazzi per la discussa ripetizione della partita con la Juventus, il 10 giugno 1961, concedendogli l’esordio, condito dall’unico gol (su rigore) dell’1-9 finale. Helenio Herrera ha poi messo gli occhi su di lui e lo ha convinto a cambiare ruolo: non più centrocampista di regia, ma interno di punta, a sfruttare le rasoiate del suo dribbling. Un’altra presenza nella stagione successiva, poi il lancio in prima squadra. Anche il fratello Ferruccio da quest’anno è passato dalle giovanili alla prima squadra.

José Altafini, Ac Milan, 1959

José Altafini, Ac Milan, 1959

€ 59,00

JOSé ALTAFINI, AC MILAN, 1959 (Agenzia Farabola). Fotografia stampata dal negativo originale, in bianco e nero, su carta glicée fineart Hahnemüle Baryta Satin 300 gr. Edizione limitata e numerata con certificato di autenticità. MILANO, 7 APRILE 1959. Il calciatore del Milan José Altafini. Nato a Piracicaba (Brasile), il 24 luglio 1938, con la nazionale brasiliana vinse i Mondiali del 1958. Col Milan vinse due scudetti (1959, 1962) e una Coppa dei Campioni (1963, la prima vinta da una squadra italiana, fu capocannoniere del torneo e segnò una doppietta pure in finale, 2-1 a Wembley contro il Benfica), con la Juve due scudetti (1973, 1975), giocò anche nel Napoli. Sei presenze e cinque gol con la Nazionale italiana (Mondiali del 1962 compresi). Fu 11° nella classifica del Pallone d’Oro 1963 (16° nel 1964, 15° nel 1974). Fino al record di Francesco Totti, era il calciatore vivente ad aver segnato più gol in serie A. Diche che la partita più bella della sua carriera fu «un Palmeiras-Santos del 1957. Io nel Palmeiras, Pelé nel Santos. Cito a memoria: 5-1 per loro, rimontissima, 6-5 per noi a dieci minuti dal termine. Risultato finale: 7-6 per il Santos. La gente impazzì, letteralmente. Pelé segnò tre gol, il sottoscritto pure. O forse due: boh...». A fine carriera spesso decisivo partendo dalla panchina, tanto che un giocatore usato in quel modo viene oggi definito “alla Altafini”. Grande scandalo negli anni Sessanta, quando si innamorò, e poi sposò nel maggio 1973, Annamaria Galli, moglie del calciatore e compagno di squadra Paolo Barison.

Edoardo Mangiarotti, 1952

Edoardo Mangiarotti, 1952

€ 54,00

EDOARDO MANGIAROTTI, 1952 (Agenzia Farabola). Fotografia stampata dal negativo originale, in bianco e nero, su carta glicée fineart Hahnemüle Baryta Satin 300 gr. Edizione limitata e numerata con certificato di autenticità. MILANO, 3 SETTEMBRE 1952. Edoardo Mangiarotti in un servizio posato nello Studio Farabola. Nato a Renate (Milano) il 7 aprile 1919, Mangiarotti è stato uno dei più grandi schermidori al mondo: l’azzurro della scherma che ha vinto più d’ogni altro italiano ai Giochi Olimpici, tredici medaglie tra il 1936 e il 1960. Innamorato dello sport e delle Olimpiadi, Mangiarotti da Berlino ‘36 non ha saltato un’edizione. «Ero già in finale ai campionati italiani a Tripoli a 14 anni e da lì è nato il mio spirito olimpico». Edoardo Mangiarotti ha attraversato un secolo di sport ma la vicenda, o meglio la saga dei Mangiarotti, comincia con il padre Giuseppe, grande schermidore pure lui, e che volle impostaro come mancino, nonostante Edoardo fosse destro. «In questo modo potevo creare maggiori problemi agli avversari». La prima Olimpiade a Berlino: «Nel ‘36 avevo 17 anni. Ero emozionato per l’Olimpiade ma mi rendevo conto che qualcosa non andava. C’era tanta messa in scena e si capiva che le cose non si mettevano bene. Troppa apparenza politica, bandiere dappertutto». Rabbia ai Giochi del ritorno, nel ‘48 a Londra. «Eravamo in vantaggio 8-7 sulla Francia nella finale del fioretto. Un giudice, un inglese che anni dopo ci ha chiesto scusa, ci ha fatto perdere. Un arbitraggio scandaloso, osceno, ha messo Renzo Nostini ko, 0-5». Nel 1952 a Helsinki, i Giochi della rinascita, Mangiarotti vince due ori e due argenti. Era anche giornalista, e non solo atleta, all’Olimpiade. Collaborava da tempo con la ”Gazzetta dello Sport”. Anche in quell’occasione gli sarebbe toccato di scrivere un articolo. 26 luglio: oro nella spada a squadre. Oro suo, del fratello, di Pavesi, Delfino, Bertinetti e Battaglia. «Il guaio era che la scherma era ospitata fuori Helsinki, in una zona chiamata Westend. Lì erano previste anche le cerimonie delle medaglie. La mia non si svolse all’orario stabilito. Trepidavo, dovevo pure mandare il pezzo. Presi un taxi e rientrai in fretta e furia nell’ufficio dove lavoravano i “colleghi”: erano Gianni Brera e Gualtiero Zanetti. Mi accolsero furiosi: “Sei il solito ritardatario, scrivi”».