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Giochi di luci in Galleria Vittorio Emanuele II, 1946

Giochi di luci in Galleria Vittorio Emanuele II, 1946

€ 59,00

GIOCO DI LUCI IN GALLERIA VITTORIO EMANUELE II, MILANO 1946 (Agenzia Farabola). Fotografia stampata dal negativo originale, in bianco e nero, su carta glicée fineart Hahnemüle Baryta Satin 300 gr. Edizione limitata e numerata con certificato di autenticità. MILANO, 1946. Giochi di luce all’ottagono della Galleria Vittorio Emanuele ancora priva delle vetrate protettive, distrutte dai bombardamenti alleati del 15 e del 16 agosto 1943. L’ottagono è quel punto sormontato dalla cupola dove si intersecano i bracci della Galleria. Il nome è legato alla sua forma, ottenuta dal taglio dei quattro angoli all’incrocio delle due gallerie ortogonali. Nonostante già lo scorso anno siano iniziati i lavori per sistemare l’edificio (i locali adibiti a negozio sono ora agibili mentre si sta lavorando al rifacimento dei piani superiori), il Comune non procederà alla copertura del vasto stabile sicché già da questo inverno saranno esposte alle intemperie e alle conseguenti infiltrazioni d’acqua anche le nuove opere già compiute. Si chiedono i milanesi, tornerà come una volta? Appena costruita questa Galleria era la più vasta e alta del mondo. Con il proposito di celebrare l’opera di cui andava fiero, l’architetto Giuseppe Mengoni aveva speso di tasca sua una fortuna per presentare all’Esposizione universale di Vienna del 1873 un plastico in scala uno a venti. Ma gli organizzatori del padiglione italiano lo avevano sistemato nascosto da altre chincaglierie, tanto che la partecipazione italiana fu giudicata tra le peggiori di tutta la fiera. Dopo l’inspiegato ritiro di una cordata di banchieri milanesi, la concessione fu assegnata a una società inglese costituita apposta, la City of Milan Improvements Co. Ltd., la quale società, se era in grado di dominare la nuova tecnologia, era anche piuttosto disinvolta nei suoi sistemi per accattivarsi la benevolenza delle istituzioni pubbliche. Fu così che, volendo ungere le ruote per il tacito consenso di alzare l’edificio di un piano, aumentando di un quarto la già immensa cubatura, i suoi direttori si erano rivolti alla figura più autorevole dell’amministrazione comunale, il sindaco di Milano, Antonio Beretta. Lo scandalo che ne seguì portò alle dimissioni del sindaco, il quale però conservò il seggio di senatore del regno e soprattutto la stima del sovrano, che di lì a due anni lo avrebbe premiato con il titolo ereditario di conte. La City of Milan Improvements invece fallì, e il suo presidente fu trovato ucciso a Londra in circostanze definite al solito misteriose. Il comune assunse direttamente sia la conduzione dell’impresa sia la proprietà e la gestione del grande complesso. Né Mengoni poté godere del successo della sua grande opera finalmente conclusa. Precipitò dalla cupola centrale pochi giorni prima della conclusione dei lavori. Ci fu chi prosaicamente parlò di disgrazia, chi romanticamente volle vedere nel suo gesto la protesta o il dolore perché il re non era intervenuto per la chiusura dei lavori. In realtà Vittorio Emanuele II, che aveva presenziato alla posa della prima pietra nel 1862 e all’inaugurazione al pubblico nel settembre del 1867, era gravemente ammalato.

Capri, anni Sessanta

Capri, anni Sessanta

€ 54,00

CAPRI, ANNI 60 (Agenzia Farabola). Fotografia stampata dal negativo originale, a colori, su carta glicée fineart Hahnemüle Baryta Satin 300 gr. Edizione limitata e numerata con certificato di autenticità. CAPRI (NAPOLI), ANNI 60. Veduta della spiaggia Bagni da Maria in via Marina Piccola, 59 a Capri. Aperto già nei primi anni del Novecento, questo frequentatissimo stabilimento è gestito dalla bella Maria Mellino, amica di Edda Ciano che nel suo albergo, lo Splendid, trovò conforto e ospitalità dopo la caduta di Mussolini. Finita la guerra, la Mellino aveva ottenuto l’autorizzazione a mantenere per cinque anni, salvo proroga, a partire dal 1 gennaio 1947, quattro pilastri in cemento armato costruiti in zona demaniale di Marina Piccola al canone di 5.000 lire annue per i primi tre anni e poi con canone successivo da decidere. Soprattutto aveva avuto il divieto assoluto di cingere la zona con ferro o altro e di eseguire opere che potessero comunque limitare l’uso di essa e della piccola fonte esistente nella zona. Invece la Mellino aveva edificato una costruzione munita di doccia, gabinetto e cisterna, utilizzando l’acqua della piccola fonte: tutto un complesso assai prezioso per l’esercizio del suo stabilimento balneare. Il Comune, scriveva il Commissario prefettizio nella sua relazione, si era ben guardato dal far rispettare la convenzione o di tutelare in qualsiasi altro modo i propri interessi, magari con una modifica del modestissimo canone fissato. Il sindaco Giuseppe Conti costrinse però Maria Mellino a cedere al Comune, senza alcun compenso, la costruzione abusiva realizzata sulla spiaggia. E oggi il lido appare così, come mostrato nella foto.